Recensione: Pariah’s Child – Sonata Arctica

sonata-arctica-pariahs-child-2014-570x570Io, veramente, mi sento mortificato nei confronti dei fan dei Sonata Arctica. Mi dispiace per quello che leggerete qui, ma cercate di prenderlo come un’opinione personale e niente di troppo tecnico. Magari col sorriso sulle labbra, suvvia.

Quindi se non volete leggere cose che non vorreste sentire, fermatevi pure qui ♥

Fatta questa premessa, iniziamo a parlare di Pariah’s Child nuovo lavoro della band power metal finlandese.

Quest’album è un po’ come un matrimonio: c’è qualcosa di blu (la copertina), qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualche prestito e qualche regalo (in realtà no, però dovevo metterlo).

Partiamo dalla copertina.
Cazzo. Avanguardia pura: un lupo! Questa sì che è una novità!
Primo singolo: The Wolves Die Young, ovvero lupi che fanno cose. Originalità, questa sconosciuta.
Bene ma non benissimo.

mila

A livello generale, se non si fosse capito, non mi è piaciuto. Sicuramente è MOLTO, ma MOLTO meglio di quella porcheria inenarrabile di Stones Grow Her Name, sia chiaro. Però anche questo lavoro mi lascia con l’amaro in bocca.

Credo che il problema fondamentale sia quello di una coesione tra i vari brani, risulta nel complesso confusionario e senza un filo logico che viene seguito, non so se mi spiego… Troviamo tracce di stile talmente diverso da non riuscire a creare un lavoro compatto e omogeneo. Apprezziamo il tentativo, comunque.

La struttura delle canzoni tra l’altro non ne alza le qualità, anzi… Se nei lavori precedenti trovavamo brani di maggiore impatto e più accattivanti, qui trovo veramente poco di questi elementi, nessuna canzone che mi rimane particolarmente in testa. E le intro. Parliamo delle intro. Di un’infinità pachidermica.

Assistiamo anche a più cambi di ritmo in una canzone che di mutande in una settimana. Ottimo come sperimentazione, ma quando inizia a diventare insistente, si riduce a qualcosa di banale e scontato.
Passiamo inoltre a brani palesemente… mhm… Direi tamarri, ma poi vi lamentate, quindi cercatevelo voi un sinonimo (niente di negativo, eh) come Running Lights e Half A Marathon Man (che poi è stupenda, questa è una delle poche eccezioni) a qualcosa di più impegnato e minimalista, quale Cloud Factory.

Un altro elemento che non mi è quadrato molto è l’eccessivo uso dello scream da parte di Tony Kakko. Io proprio lo scream non lo sopporto, specialmente in generi in cui c’entra come i cavoli a colazione. Se l’ha messo anche nell’album di Zio Paperone di Tuomas Holopainen, io lo prendo a calci in culo da qui ad Oulu.

Comunque non si tratta di un lavoro totalmente da buttare, ha i suoi lati positivi. Uno di questi è la grandissima teatralità, specialmente vocale che aleggia per tutto l’LP. Questa cosa è stata molto apprezzata.

Ottima e struggente anche la ballad Love. Poi credo che da metà dell’album la qualità si alzi, specialmente nella suite finale, Larger Than Life, che io all’inizio credevo fosse una cover dei Backstreet Boys. Parte lenta, con un’intro orchestrale che mi è sinceramente mancata, con un crescendo troviamo dei cori e tanta epicità, includiamo diversi cambi di ritmo e un’atmosfera quasi grottesca e troviamo la traccia migliore dell’intero album.

Passiamo al giudizio finale: album orecchiabile, ma comunque stiamo parlando di canzoni contenutisticamente povere, mancano dell’unicità che caratterizzava i Sonata Arctica. Evoluzione? Scelta stilistica? Cazzi loro. Per me i Sonata si fermano a The Days Of Grays.

Non picchiatemi.

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