Recensione: Prism – Katy Perry

prism_katy_perry_360Ne sentivate la mancanza? No. Era necessaria? Manco per le palle.

La Regina di Inutilandia Katy Perry ci presenta il nuovo album Prism, che ci fracasserà le gonadi per i prossimi mesi con 57.000 singoli (tutti alla #1, come la Legge Perry vuole).

Vorrei narrare un po’ la storia di quest’album, ma fondamentalmente la Ketty Perdi ha svolto un normalissimo processo di produzione nel modo più normale possibile: ha scritto le canzoni, le ha incise e ce le ha proposte.

L’unica cosa che posso dire è che quest’album è un po’ dominato dalla sfiga, più che altro è concomitante con altre uscite popparole, tipo Lady Gaga, Miley Cyrus e la Santa. Tuttavia l’album è talmente easy listening che potrebbe avere buone possibilità di metterla nel culo a tutte. Purtroppo. Ma anche no.

Prendiamoci il nostro tempo, perché la deluxe edition di questo nuovo neonato conta ben 16 canzoni. Cosa che se non sopportate la voce della Katy, fate prima a chiedere la sedia elettrica.

Ma cominciamo il track-by-track. Come logica comanda, partiamo bene con Roar, che ormai conoscono anche i sassi.
Prima traccia inedita è Legendary Lovers. A me fa cagare. La trovo noiosa, banale e tutta sulla stessa linea melodica; sembra che manco Katy abbia sbatti di cantarla.

Con Birthday inizio ad acquistare qualche speranza. Un po’ il seguito (per non dire la scopiazzatura) non ufficiale di Last Katy-Perry-Prism-high-quality-promo-photo-new-CD-insert-image-5Friday Night (T.G.I.F.), un po’ più vivace, mette allegria, DAJE KATY! È un potenziale ottimo singolo, anche se le strofe sono un po’ mosce.

Walking on air è già stata trattata, quindi procediamo al nuovo singolo ufficiale, Unconditionally. Parliamo della prima ballata nella tracklist, di una semplicità oltre ogni modo. A suo modo può ricordare molto Wide Awake nel ritornello. Il ritmo è un crescendo di strumentazioni, che rende il brano incalzante e non prendiamoci per il culo: la Perry sa come si fanno i singoli. Il pezzo forte viene ne bridge, non vi dico altro. Non ci troviamo davanti ad un brano di alta fattura, struttura semplice e orecchiabile, fondamentalmente già sentita, ma la base è accattivante.

Coni singoli promozionali abbiamo finito e la Katy ha rotto un po’ il cazzo, quindi saltiamo Dark Horse perché ho già detto quello che dovevo dire.
This Is How We Do rasenta il rap, quindi potremmo tentare di pensare ad un esperimento di Katy nel provare a fare qualcosa di nuovo. Io ho apprezzato, non mi dispiace.

Non so voi, ma siamo a metà e io mi sono già rotto il cazzo. La traccia successiva è International Love. Questa è la tipica canzone di Katy Perry. Se dicessi che è banale, sarei più banale di lei, vero? Ha un piccolo highlight nell’intermezzo di tastiera, ma è una traccia che, se dovessi riascoltare interamente l’album, la skipperei sans problèms.

Possiamo considerare Ghost una ballad? NO. Inizia lentamente (e bene), poi nel ritornello torna il trito e ritrito ritmo disco 1105919_disco-sai-no-dia-22-de-outubrodance fuck yeah wooh che a una certa ti manda in pappa il cervello.

Ho tirato un sospiro di sollievo con Love Me. Sì, voglio dire, non sono altissimi livelli, però dai, si diversifica un po’ dalle altre tracce. Vagamente rimanda al vecchio pop morto e sepolto e almeno evita di martellarti la testa con lo stesso beat per 3 minuti cazzuti.

This Moment non ho proprio sentito che arrivava. È un filler come pochi, guardiamoci in faccia, Katy, dai! Davvero non hai saputo fare di meglio?

Mi ha particolarmente sorpreso Double Rainbow. Forse perché anche questa mantiene toni pacati senza farti scoppiare il cranio, pur restando incalzante e personalmente mi ha preso subito. Unica nota negativa è il fade finale, che è passato di moda dagli anni 80.

Chiudiamo la standard edition con una cazzo di ballad coi controcoglioni *applausi per la Perry*, By The Grace Of God (appunto). È eseguita molto bene, sento anche del sentimento e non sembra neanche l’Arcuri con in mano un microfono, vi giuro. Non rientra fra le mie grazie, ma i veri intenditori capiranno che si tratta di una perla, quindi chapeau.

La prima delle bonus track è Spiritual. La base ci sta, peccato per la lina vocale, parte bene ma poi si perde sul ritornello e sul bridge. Poteva quasi essere migliore di molte altre. Quasi.

Un’intro accattivante ci introduce It Takes Two, che non so perché, ma riesce a fare breccia nel mio cuore. Non saprei neanchekaty-perry-prism-promo spiegarla, però è figa.

Concludiamo questo martirio con Choose Your Battles. Na ciofeca. Meglio di altre presenti nella standard edition, ma sempre na ciofeca. Anche musicalmente. Skippatela, che ve lo dico a fare.

Ora, io voglio una medaglia al valor civile solo per aver sentito quest’album. Come avrete capito è BANALE, anche se dalle prime tracce troviamo qualcosa di evoluto nel sound di Katy Perry. Mi sembra anche di aver trovato una maggiore sensibilità nella produzione e nella scrittura dei testi, quindi ora stiamo a vedere come va nelle classifiche e soprattutto se le scelte dei singoli si dimostrano azzeccate per bissare il suo record del maggior numero di brani dello stesso album alla #1. Ne dubito, io ve la butto lì.

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